ShowMe 2013

showme2013

This is my ShowMe 2013.

A ShowMe is more than a Showreel: it is like an electronic business card.

Instructions:

1- Switch on the speakers

2- Clic on THIS IS ME

3- Enjoy.

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28 marzo 2020

Tu,

Core mio,

Vent’anni esatti, de te e me

Du’ decenni, quattro lustri

N’infinità de giorni, de ore, de minuti

Ma te lo devo di’, so’ stati n’attimo

 

Se davero ce vojo crede

A tutto ‘sto tempo passato

Lo devo chiede alle cose de fora

Ai miei capelli sale e pepe, ar mal de schiena

a quelle rughette tue che so’ così poche da potelle chiama’ pe’ nome.

 

Lo devo chiede a ‘na memoria imperfetta

Dove li anni se confondeno l’uno sull’artro

Era er dumilasei o er dumiladicianove?

Abbitavamo a Scarpellini o all’Arberone?

Ce stava ancora mi’ padre?

Era l’anno dei mondiali o degli europei?

E chi lo sa

La vita me consuma la memoria, se la magna

I dettagli sfuggono, le date s’entrecciano

Tu le ricordi tutte, mejo che alla maturità

Io inverto i secoli, ricordo bene le cose sceme

 

Ma poi m’hai regalato du’ gioielli

Du’ calendari viventi, du’ macchine der tempo

Se chiameno Jacopo e Sofia

Li vedo cresce, e capisco che er tempo è passato davero

Pe’ vedelli grandi, ce sta’ poco da fa

Devo diventa’ vecchio io

Echissenefrega

So’ stati vent’anni perfetti, pieni de difetti

So’ stato sempre accanto a te, e tu a me

Certe volte ce so’ stato meno che artri

So’ stato assente, distratto, e te chiedo scusa

Ma tu continua a ricordamme le date

Resta come sei, nun cambià gnente

Nun te pettina’, lascia sta’ quelle rughette

Dammi artri venti, e poi ancora vent’anni

Perché accanto a te so’ sembrati venti giorni

Sei tu che la vita mia me la fai sembra’ senza fine

Aspettiamo insieme che quei du’ pischelli dolci e malandrini

Diventino grandi

Così, se poi me scordo tutto

Sto tranquillo che me lo ricordi

Tu.

 

15 marzo 2020

Sono giorni che non leggo, non scrivo. TG, radio e social giocano più a terrorizzare che a informare. Oggi soltanto riesco a trovare lucidità per dire una o due cose.

 

Questo virus ci vuole separati, isolati, lontani. In fila al supermercato stiamo barricati dietro le nostre mascherine ed evitiamo perfino il contatto visivo, come se un sorriso potesse contagiarci. Ma io vorrei essere contagiato da un sorriso!

 

Questo virus ci dice che è peccato stringere la mano a un conoscente, abbracciare la madre, baciare il figlio. Abbiamo il dovere di ricordare al conoscente, alla madre e al figlio che l’amore sa aspettare, che i baci non dati si daranno!

 

Questo virus ci vuole tristi, otturati di notizie fino allo svenimento, inebetiti sui divani in attesa del suono di una nuova ambulanza che passa. Ma io mi affaccio e vedo gente sui terrazzi fare yoga, tai chi, ginnastica, flashmob sgangherati, cantare l’inno di Mameli condominiale!

 

Questo virus vuole distruggere la nostra economia, e sicuramente ci andrà giù duro, ma sento tanti amici e colleghi che continuano a lavorare in smart working, che fanno lezioni su zoom, skype, google meet e non abbandonano i loro studenti!

 

Siamo i figli di quelli che sono usciti dalle macerie del nazifascismo e hanno costruito un boom grandioso, durato decenni, i cui effetti possiamo ancora avvertire. Le nostre madri e i nostri padri hanno ricostruito questo Paese letteralmente con le loro mani, ma chissà perché siamo ancora divisi, in un delirio di benaltrismo preferiamo ricordarne solo i lati bui, la mafia dei partiti, il terrorismo, la corruzione. Non siamo 60 milioni di corrotti, io sono sicuro che la stragrande maggioranza degli italiani è onesta e si è fatta un mazzo così e se lo rifarà anche stavolta.

 

Proviamo a condividere la fiducia anche quando sembra solo una prova di ingenuità; evitiamo il cinismo, perché se gliela diamo vinta, ci siamo arresi; sorridiamo con gli occhi agli occhi che incrociamo; e quando vengono i pensieri neri, come disse il mio psicologo e amico Massimo Rinaldi, facciamo l’unica cosa che abbia senso: diamo qualità ai nostri pensieri anziché evitarli. Preghiamo, in ogni modo conosciuto e sconosciuto. Preghiamo gli dei che non vediamo ma preghiamo sopratutto il dio più bello che c’è, ovvero l’anima che ci portiamo dentro.

 

Basta con lo stillicidio, basta con il vedere sempre e soltanto tutto nero! Siamo gente forte, piena di inventiva. Siamo sotto attacco ma sappiamo reagire e non lo dico per retorica ma perché lo abbiamo già fatto. E non venitemi a dire che adesso è diverso, che prima eravamo migliori, che il piano Marshall eccetera eccetera: è questione di coraggio e volontà, quelli che prego di avere ogni giorno perché il panico e la desolazione sono sempre là in attesa di un cedimento.

 

E se non credete a me, chiedetelo a chi ogni giorno fa in modo da darci una speranza. Chiedetelo ai medici, al personale sanitario, ai volontari in prima linea. Chiedetelo a carabinieri, poliziotti, vigili urbani, vigili del fuoco in giro per le strade e ai posti di blocco. Chiedetelo a quelli che vengono nei palazzi a fare disinfestazione dopo un caso positivo. Chiedetelo ai commessi dei supermercati, delle tabaccherie, dei giornalai e di tutti i negozi ancora aperti. Chiedete loro: “Siamo noi coraggiosi?”

 

Non vi risponderanno perché hanno troppo da fare. Lasciamoli lavorare e facciamo la nostra parte: accogliamoli a casa con un contagioso sorriso.

 

8 marzo 2016

Figlia mia nata ieri
Sei la tesserina mancante
Di quel magnifico puzzle che è la donna.

Sai, per me
La donna è mistero, ma senza ombre

Per noi maschietti
passare da una mamma sacra e asessuata
Alla prima donna che guardi con occhi diversi
È un piccolo meraviglioso shock

Così dopo anni a esplorare l’universo materno
Fatto di sentieri sicuri e protetti
Ti ritrovi solo su una barchetta davanti all’immensità oceanica di ogni ragazza che incontri

Ogni volta ti tuffi in lei
ed è un’esplorazione subacquea che non ha fine

Poi un giorno tua mamma si è fatta vecchina
E pensi di essere finito in un quadro di Klimt
Conoscendo queste tre donne, povero sciocco
Pensi di conoscere le donne

Un giorno è arrivata tua mamma
E poi sei arrivata tu
A ogni cambio di pannolino resto incantato come se
Avessi scoperto l’Himalaya

Sei la quarta donna che non ha niente a che fare con le altre tre
eppure le contiene tutte come una promessa di carne.

Piccola donna nata ieri
Hai molto da insegnare
A questo papà ingenuo

Servimi una tazzina vuota

Cavalcami e portami con te
fammi crescere

In cambio ti svelerò i trucchi
Ti spiegherò che certi mostri hanno la faccia angelica di un fidanzato
Ti mostrerò come va dato un calcio nelle palle
Ti farò piangere raccontandoti che se un uomo ti lascia andare
non lo fa per riprenderti.

Molti uomini dicono
Che le donne sono complicate
Io dico che è vero
Ma penso che sia un problema solo per gli uomini da poco

Quelli terrorizzati dalla differenza
Quelli per cui una donna dovrebbe essere un uomo con le tette.

Spero di insegnarti a sentire di meritare le cose belle
Le vittorie
Gli uomini giusti
La tua pace.

Non cercherò di arginare il caos in te
Ma testimonierò che se ne può uscire
Anche con un sudato equilibrio sbilenco.

Piccola donna nata ieri
Stamattina hai fatto la faccia di tuo nonno
E ho capito
Sì, ho capito
Che vi sareste capiti in un attimo
Vi sareste mandati a quel paese
Poi vi sareste confidati come carbonari
Ti avrebbe incoraggiato a fare la testarda
Facendomi arrabbiare
Cosa darei? tutto quanto
Per cinque minuti di voi insieme.

Piccola donna nata ieri
Buona vita, mangiati il mondo
Spegni le candeline
Metti a nanna Totoro
Stanotte tornerò a spiarti i sogni
Tu dal tuo lettino
Consola i miei
Dimmi che tutto andrà bene
Con quella faccia seria seria ma un po’ paracula
Alla quale resistere è vano.

14 ottobre 2015

Ammettiamolo, sono antico
A due mesi ero sulle ginocchia di mamma
E ho visto un uomo baciare la luna con i piedi
La tv era in bianco e nero, ma non importa
Anche la luna è così

Noi bambini conservavamo le lampadine fulminate
per tirarle giù dalla finestra la notte di Capodanno
Ricordo come scoppiavano

Ancora oggi se incrocio una coppia di sposi
suono il clacson, felice
Se passa un elicottero sopra la spiaggia
Lo saluto con la mano

Cito battute di film che nessuno ricorda
Ma non era meglio quando si stava peggio
E la mia generazione non è migliore di quella di adesso

Alcune cose le rimpiango
molte altre no

L’estate potevamo portare con noi solo poca musica
Quindi dovevamo sceglierla con cura, e poi quell’estate sapeva di quelle cassette lì.
C’era l’estate degli U2, quella dei Tears for Fears

Il botulino era una malattia
Non una risorsa di giovinezza

Invece dei selfie ci arrischiavamo a lasciare la macchina fotografica
in mano a uno sconosciuto

Alla fine una Playlist
è solo una compilation
I leggins non sono altro
che Fuseaux
Cambia il mondo quando cambiano le parole per descriverlo e invecchi quando ricordi più il passato di quello che hai fatto ieri

Ma a me la rete piace
La tecnologia mi fa felice
L’oggi è meglio di tanti passati
E se mi fa male un dente
Ringrazio che esista l’antidolorifico

Certe volte uno invecchiato ci nasce
Certe cose che dovresti capire da adulto
le intuisci già da bambino
E non sempre è un bene

Certe volte vorresti avere semplicemente l’età che hai
Comportarti da bambino spensierato
da ragazzo giovane

Invece ti senti addosso pensieri fuori tempo
che sarebbero dovuti arrivare tra trenta o cent’anni

È vero ho una schiena che non mi regge più con il sorriso
Ho smesso di fare sport per mantenermi, adesso
lo faccio per aggiustarmi

Le cose hanno smesso di mettersi a posto da sole
ora tocca lavorare

Ma sapete che c’è
preferisco mille volte
avere questa età qua
Perché sono più felice adesso che a vent’anni
Perché ho smesso di cercare un senso
E appena smesso, l’ho trovato

Mi incanto come uno scemo
Davanti ad un aquilone
Non cerco più di capire perché vola
Ma mi domando come è che ancora non sia cascato giù

Non c’è scarpa che lenisca le mie talloniti
Ma perdio quanto ho camminato con quei piedi
Mi sono svegliato un giorno, ed ero diventato contemplatore
Mi sono sorpreso a fissare una mattonella, l’edera su un palazzo, certi dettagli assurdi

Curioso, metto a fuoco le cose meglio adesso di quando avevo dieci decimi
Gli occhi giovani sono perfetti
perché non hanno ancora
visto un cazzo

Guardo i miei figli e mi dico
Guarda che hai combinato
Adesso come glielo spieghi
in che modo sei arrivato
da cosa eri a cosa sei

Come li prepari
Cosa gli dici
Quali istruzioni gli dai, dove è il manuale
Dove si scarica il PDF
Come si fa il download della fiducia in sé stessi
E l’upgrade da tristezza a malinconia

Eppure quante lezioni volevi dare ai tuoi genitori
Quante volte sapevi cosa fare meglio di loro
Quante volte li hai criticati

Adesso come spieghi ai tuoi figli
Come si impara a dire No senza offendere?
Come gli insegni a trovare la via senza portarceli per mano?

Pazzo, dovevi pensarci prima
Dovevi studiare, fare un master, un workshop, un lab

Non puoi dirgli
Che devono sbagliare strada al più presto
E che devono
sbagliare parecchio

Ma poi mi dico va be’
Al massimo
mi prenderanno per pazzo
o forse
solo per vecchio.

18 febbraio 2015, dieci anni senza te.

 

Oggi conto le cose che ti sei perso
Non hai visto i miei figli
Non hai visto casa mia
Non mi hai visto nel mio nuovo lavoro
Non hai letto il mio libro

Non mi hai visto nella vera crisi
né nelle gioie vere
Il figlio che conoscevi bambino
Toh, è diventato adulto

Ma ho pensato mille volte
a certe tue facce
Ho simulato tutte le tue espressioni
perché le conoscevo tutte
sai, ti spiavo da appena nato

Ti spiavo dal sedile di dietro,
ti avvertivo che avevi ancora la freccia accesa
Ti spiavo mentre leggevi,
amo i libri perché ancora cerco quel che ti rapiva

Ti spiavo e imparavo
la geografia delle tue facce.

Ed ecco che ti ho immaginato
mentre ti davo in braccio Jacopo
e poi Sofia
quei tuoi occhi bambini
sarebbero scoppiati di mille stagioni diverse

Ed ecco ti ho immaginato
mentre giravi per le stanze appena imbiancate
commentavi la vista, l’architettura intorno, assolata
maniche arrotolate,
occhi strizzati all’orizzonte

Ed ecco ti ho immaginato
rabbuiarti, aggredirmi
il cinema al posto dell’architettura?
perché non uno più l’altra?

Ed eccoti lì, il mio libro in mano
Con un sorriso sornione
sei orgoglioso invidioso paraculo
Lo leggerai, lo so, e cercherai te stesso
e sai che lo troverai

Ma poi penso una cosa

Sai la novità? Tu c’eri
c’eri quando i figli erano solo un’idea
c’eri il giorno in cui ho deciso la mia nuova vita
c’eri ogni singola volta che ho dovuto essere coraggioso
c’eri in ogni pagina che scrivevo.

Ho deciso di lasciarti andare
Ho capito che ci sei, lì da qualche parte
Non c’è bisogno di piangerti ancora
per essere sicuro che non mi lascerai

Per questa esistenza ci è andata così,
come uomini e dinosauri
che non si sono mai incontrati,
noi due, da adulti
non ci siamo mai guardati negli occhi

Ti auguro buon viaggio
non litigare con tutte le anime che incontri
goditi la luce
fai il bravo
papà.

Per Jacopo, 9 settembre 2015

Figlio mio che sei nato domani
Sei figlio di un’idea
Metà giusta e metà sbagliata

Quella sbagliata è che mi assomigli
Che siccome ti ho dato del dna
Per cortesia per gratitudine
Segui i miei errori
Cammini nei miei passi
Ridi come me

Ma è solo per accontentare
Questo padre nato antico
Questo tizio strano
Che a volte bacia e a volte sgrida
Che sbaglia a profusione
Che confonde la lezione
Che ti ha regalato un nome
Lo fai contento con un dolcetto
Una canzone
Un sorrisone

Figlio mio nato domani
La metà giusta dell’idea
È quel sogno fatto anni fa
Quella chiacchiera tra me e te
Quando tua madre non era ancora
Con me

Aspettavi la mamma giusta
Ti ho chiesto di essere paziente
Ti ho assicurato
Che lo tenevo a mente
Avrei cercato ancora
Tra la gente

Figlio mio che nasci domani
Sei anni fa decidevi di sbrigarti
Avevi fretta, il mondo ti aspettava

Dovevi uscire
Guardare un cielo azzurro di che azzurro è
Chiudere cassetti in corsa
Disporre giocattoli con ordine
Sbagliare la erre

Ho trovato tua madre, vedi?
Si era nascosta bene
L’ho stanata con un bacio
Mi ha creduto
Nonostante le balle
Nonostante le parole cattive

Figlio mio che tra un giorno nasci
Nasci altre mille volte per me
Chiedimi una favola, anche da vecchio

Tra un anno sarai un uomo con un figlio
Ma nel frattempo
Auguro a te
Di avere, come me
Un figlio come te.

Due Treni Bianchi E Verdi

“Voglio un dolcetto”
“Non puoi averlo”
“Perché? Voglio un dolcetto”
“Perché dormono tutti. Tutti.”

Ricordo ogni cosa di quell’incredibile notte. Avevo pensato per anni a come sarebbe stato, alle sensazioni che avrei provato. Se uno scrive, crede di poter immaginare tutto. Si è talmente esercitato nella costruzione mentale di ogni possibile evento, di ogni dialogo, di ogni accento nelle parole, che ha la presunzione di credere che tutto sia prevedibile come in uno dei suoi racconti.

Non è così.

“Ines? Ines?”
“Non c’è, stai buono. Non è qui. Dormi.”
“Come, non è qui? Dov’è?”
“E’ a casa”
“Certo che è a casa. Siamo a casa. Ines?”
“Non è qui. Non c’è nessuno qui, tranne noi.”

Solo qualche anno fa le cose erano diverse. Non c’erano malattie a scandire il conto alla rovescia della nostra separazione. Non c’era l’improvviso concretizzarsi delle paure di abbandono. C’era un rapporto normale, di quelli in cui ti dici tutto, e in faccia, perché non ti preoccupi di quando l’altra persona non ci sarà più, e non filtri le tue parole come un giorno vorresti aver fatto. Solo qualche anno fa era iniziato il periodo in cui ogni volta che salutavo papà, sembrava l’inizio di una serie di saluti definitivi. Rimaneva, nonostante i Ciao, i Stammi bene, i A domani, qualcosa nell’aria di struggente, di inespresso, da togliere il fiato. Rimaneva la voglia di corrergli dietro, prima che infilasse la ventiquattrore malandata nella Rover malandata, prima che vi salisse con le prime tracce di fatica malcelata, prima che accendesse il motore, e dirgli Scusa, papà, volevo dirti che il bene di tutto il mondo non basta a esprimerti quello che provo. Naturalmente, ovviamente non lo feci quella volta né lo feci mai altre volte, perché non si fa, non ci è stato insegnato, non siamo abituati a questo. Lo tenni per me, vergognoso come un bambino, assolutamente certo che la vita mi avrebbe presentato un milione di altre occasioni eclatanti in cui dirglielo.

“Ines? Ines. Perché i miei figli sono così… sxfhcsdsfjgyui…”

“Come? Così cosa? Senti… dormi, papà.”

Forse le occasioni per dirglielo erano ridotte per via del suo terribile carattere. Era come se tutto il suo modo d’essere respingesse l’affetto che provavo per lui, o perlomeno le sue manifestazioni. Come una barca che naviga in un mare agitato, e si avvicina al porto, e ogni avvicinamento la può portare a fracassarsi sul molo oppure a entrare e salvarsi, così ero io, avaro di tentativi, e lui, attraente come un faro, nella burrasca della mia vigliaccheria.

“Voglio alzarmi.”

I dottori erano stati chiari: non ci si alza. “Con il fegato in quelle condizioni, deve stare assolutamente immobile”, avevano detto guardandoci con severità, e come sottinteso c’era un rimprovero. Ci eravamo sentiti in grande colpa, mio fratello ed io. La notte prima, Andrea e papà l’avevano passata facendo su e giù dal letto alla sedia a rotelle. Papà non aveva avuto pace. Appena sdraiato, non respirava. Seduto, non ce la faceva. Sette volte, in tutta la notte. Andrea mi aveva fatto promettere di non fare la stessa cosa. “Lo devi far stare giù”, aveva detto. “Va bene”, avevo risposto, risoluto.

“Voglio alzarmi.”
Era solo mezzanotte.
“Papà, non cominciamo. Hai sentito il dottore.”
“Me ne frego. Voglio alzarmi.”
Con il cuore in gola, completamente senza il controllo della situazione, avevo suonato l’allarme. L’infermiera era arrivata e aveva acceso la luce grande, inondando la stanza di un bagliore freddo che aveva svegliato l’altro paziente. “Cosa succede, vogliamo dormire?”

“No, signorina” aveva detto papà con il suo peggior tono, “Non vogliamo dormire, mi devo alzare.”

Avevamo provato a tenerlo giù, e lui, con una forza che non ci aspettavamo, ci aveva scansati e si era alzato a sedere sul letto, ma non riusciva a tenersi puntato sulle mani. Lo guardavo con una pietà infinita, chiedendomi il perché di quel puntiglio, di quella necessità assurda, mentre spingeva i tricipiti fiacchi contro il materasso.

Alla fine era arrivato il dottore. Aveva scambiato qualche parola con lui. Recitava la parte del dottore arrabbiato, e papà quella del paziente che ha fatto il cattivo, ora che finalmente l’avevamo messo a sedere; ora che aveva vinto lui. Quando rimanemmo soli, papà fu lucido per l’ultima volta. Mi guardava con occhi terribili, come se l’avessi tradito. “Siete impazziti? Perché non mi facevi alzare?”

Ancora non capivo. Non potevo capire.

“Ines? Ines?”
Solo mezz’ora dopo. Papà era sdraiato. La luce notturna colorava tutto di rosa.

“Mamma non è qui. Cosa vorresti dirgli, papà? Che vuoi un dolcetto?”
“Ma quale dolcetto? Lo sai cosa voglio dirgli. Mi hai sentito, prima.”
Avevo sentito che io e Andrea siamo così sxfhcsdsfjgyui. E questo mi bastava.

Un quarto d’ora dopo aveva di nuovo voluto alzarsi. Provai ad impedirglielo, ricominciò ad agitarsi. “Non posso respirare così, lo capisci?” Lo capivo, ma sapevo anche che ogni volta che si alzava in piedi, riduceva la sua vita di qualche ora.

Lo feci ruotare sul letto e gli misi i piedi a terra. Si appoggiò a me e contammo fino a tre. Al tre era in piedi, e mi scansava, perché odiava doversi appoggiare a qualcuno, anche se stava a malapena in piedi. Lo feci ruotare su se stesso, poi lo misi a sedere sulla sedia a rotelle. Rimase così, occhi chiusi, seduto nel cuore della notte, in silenzio, con l’unico rumore i peti del vicino. Poi volle rimettersi a letto. Si alzò e ripeté al contrario i movimenti fino a tornare sdraiato. Tutta l’operazione durò venti minuti, e la ripetemmo un sacco di volte. Non so quante, ma molto più di sette. Alla fine spegnevo la luce, mi sedevo e bevevo un sorso di Schweppes, amara, dolce e calda. Lui ed io ogni volta più sfiancati.

Non so quale di queste volte fu quella in cui capii. Ci misi molto: dovevano essere le quattro. Aspettavo con ansia di vedere l’alba attraverso la serranda ma non arrivava. La stanza era bollente e io puzzavo. Nonostante la Schweppes avevo la gola arida. Papà alzò per l’ennesima volta il braccio cercando qualcosa a cui appoggiarsi e sporse i piedi fuori dal letto. Mi preparai per cominciare da capo. E capii.

Capii la sua personale lotta. Capii che non avevo capito niente. Capii che per lui non era importante allungare di qualche ora la vita, ma vincere la malattia che l’aveva vinto. Proprio perché non poteva, si alzava. Se gli avessero detto che era meglio alzarsi ogni tanto, sarebbe rimasto inchiodato a quel maledetto letto.

La malattia l’avrebbe comunque annientato, ma lui non le avrebbe dato la soddisfazione di aspettarla immobile.

“Ok, sei pronto, papà?” avevo detto alzandomi di scatto. Avevo preso delicatamente i piedi gonfi, l’avevo girato sul letto. “Ecco, giusto, papà”, dicevo. “Gliela facciamo vedere noi, a quella stronza”, dicevo mentre contavo fino a tre e hop, lui si alzava sempre con più fatica, sempre più appoggiandosi a me, e a me sembrava di avere sempre meno forze ma non importava, non era importante, non contava niente, lui era di nuovo in piedi con gli occhi chiusi e io dicevo “Bravo, papà, gliel’hai fatta vedere ancora a quella stronza” e lui ogni volta riusciva a fare una cosa in meno, e parlava sempre meno, mentre non riusciva più ad alzarsi dalla sedia, poi non riusciva più a sedercisi, infine nemmeno ad alzarsi dal letto.

Rimanemmo così, l’ultima volta. Essendo inverno, la luce era arrivata solo alle sette e mezza. L’ospedale si svegliava. Le infermiere del turno mattutino ci trovarono seduti uno accanto all’altro, lui che forse dormiva, e mi aiutarono a rimetterlo sdraiato, esausto com’era lui e sfiancato dalla nottata io.

Spalancai la finestra, era una giornata piovosa. Dal nostro piano, altissimo su un lato boscoso alla periferia di Roma, aprii la mia vista su un ponte della ferrovia metropolitana. Due treni bianchi e verdi, uguali, si incrociavano al centro esatto del ponte e io rimasi incantato dalla geometrica perfezione del creato.

 

Per papà, 18/2/2005

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