Creare Scenografie Digitali – il primo manuale di digital matte painting in italiano

Questo signore coi baffi nell’immagine è Chris Evans. Non è il Chris Evans che fa Capitan America, ma un omonimo che negli anni Ottanta ha letteralmente dipinto alcune scene di Star Wars con una tecnica poco conosciuta chiamata matte painting.

Con la stessa tecnica sono state realizzate scene memorabili come la vista di Londra dall’alto mentre Mary Poppins plana con l’ombrello e l’immagine della Statua della Libertà nella scena finale del Pianeta delle scimmie.
Non sono in tanti a saperlo, ma molti degli sfondi e delle scenografie di maggior impatto visivo nel cinema recente e del passato sono in realtà illustrazioni di piccole dimensioni che creano un’illusione di grandezza. Questo è il matte painting.

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24/5/2016 PENSIERO TAKE AWAY

Due cose mi hanno fatto diventare grande
veder mio padre chiudere gli occhi
e vedere i miei figli aprirli
il resto è crescita inerziale
è spiga che si alza sotto il cielo
è marea spinta dalla luna
è vento termico nato dal sole
è moltiplicazione cellulare
avvicinamenti casuali
punti uniti da linee
correzioni di rotta
messe a fuoco progressive
sparsi nei nostri giorni
milioni di piccoli interruttori
ci portano da 1 a 0
e da 0 a 1
siamo stringhe impazzite
righe di codice senza senso
individui binari
treni senza freni
invecchiamo credendo di crescere
ma non si diventa adulti per anzianità
mille anni di evoluzione che valgono
meno di un bambino che dice papà.

I 5 momenti più struggenti del cinema

  • Alla fine de I Mostri (Mario Monicelli). Tognazzi ha convinto Gassmann a tornare sul ring ma perde e diventa scemo dalle botte. Lo porta in sedia a rotelle al mare a far volare l’aquilone e quello ride, felice, e Tognazzi piange.
  • Il Conte Mascetti (Tognazzi) in Amici Miei (Luciano Salce) si trasferisce con la moglie e la figlia in una stamberga perché decaduti. Disperata, la moglie (una meravigliosa Milena Vukotic) una notte apre il gas per uccidersi e portare con sé marito e figlia, ma al mattino sono tutti vivi perché gli avevano staccato il gas. La Vukotic ha una crisi isterica, Tognazzi non capisce perché. La figlia inizia a strillare senza un motivo.
  • Hillary Swan sul letto d’ospedale in Million Dollar Baby (Clint Eastwood).
  • L’amica di Robin Williams – Patch Adams (Tom Shadyac) uccisa dal paziente.
  • Il Paziente Inglese Ralph Finnies nel deserto mentre porta in braccio la defunta Kristin Scott Thomas.

19 aprile 2015

Immagino.

Immagino di aver esaurito le mie risorse per salvare la mia famiglia.

Ho venduto tutto. Ho fatto tutti i mestieri, sopratutto i più umili.

Ho visto comunque morire un figlio, poi un altro. Me ne sono rimasti due, magrissimi, apatici. Mia moglie non ha latte per il più piccolo.

Ho fatto la fila dagli europei, sotto il sole. Eravamo mille per sole cento razioni d’emergenza. Sono tornato a mani vuote. Lo sguardo di mio figlio si è andato ad aggiungere a mille altri sguardi ugualmente terribili, insostenibili. Mia moglie non ha nemmeno protestato. È arresa e attende la fine.

Se non fossi andato da quella persona sarei rimasto dai miei a impazzire mentre li vedevo morire lentamente. Non ho avuto scelta.

Mi hanno chiesto una cifra impossibile. L’ho rimediata comunque, non chiedetemi come.

Abbiamo viaggiato su camion come bestie, assetati e con il culo sul ferro. Ma la speranza ci teneva vivi.

Abbiamo raggiunto il mare, così bello e ventoso.

Siamo entrati in fila indiana su un rottame da pesca. La speranza ci ha accecati, del resto nessuno è mai tornato dall’Europa per raccontarci che non era andata bene.

La barca era già piena quando siamo saliti noi. Pensavamo che ci aspettassero per partire. Invece ne sono arrivati altrettanti. Quando ormai eravamo così ammucchiati da non respirare, la barca ha cominciato ad ondeggiare. Chi di noi era vicino agli oblò ci raccontava di onde e gabbiani.

La speranza ci ha accecati. Era un prezzo per la libertà. Per la vita dei miei figli. Una di quelle avventure orribili che un giorno speri di raccontare ai tuoi nipoti come l’inizio della tua nuova vita.

Poi siamo andati a fondo. L’acqua entrava, la gente urlava. Ho capito subito che era la fine. Solo mi sono chiesto: dove ho sbagliato ? Quando esattamente ho fatto la scelta che mi ha rovinato? Quando ho pagato per la traversata ? Quando sono nato in Africa? Quando ho visto il mio primo figlio morire di fame? Quando ho creduto in una rivoluzione manovrata da folli?

O la mia fine è iniziata quando ho iniziato a sperare?

Non chiamatemi migrante. Non chiamatemi extracomunitario. Non chiamatemi disperato subsahariano vucumprà.

Ero solo una persona con le vostre stesse paure.

Elegia degli oggetti brutti

Quella portrona brutta e sfonnata che c’ha er calco der tuo culo.

Quelle scarpe da ginnastica de cui tua moje se vergogna ma con le quali potresti fa’ artri mille chilometri.

Quer cellulare su cui non gira più manco whatsapp ma che fa sempre quello che je chiedi, e non sbrocchi a trova’ la carcolatrice.

Quer bricco dar manico mozzo che contiene du’ tazze e tre quarti de latte, e la mattina con l’occhi semichiusi riempi e basta, i centilitri li sa lui.

Quer cacciavite sbilenco che però funziona sempre mentre quelli novi sgusciano tra le mani e je se smozza la punta. 

Quer televisore pe’ niente smart ma che cambia canale quando lo dici tu.

Quell’amico imperfetto che non capisce gnente der tuo lavoro, che non ha i tuoi stessi gusti, che tra te e lui c’è un solo laureato, che quando je parli sembra non ascoltare ma poi dice ‘na parola che vale tutto un discorso, una parola che sa de camino nella neve.

Quegli oggetti vecchi e brutti che non hai artro motivo per buttalli se non che so’ vecchi e brutti, e tu pensi che un giorno sarai così, funzionante ma vecchio e brutto, e de esse buttato via nun te va pe’ gnente, e speri che ce sia un fregnone come te che se li tiene tutti, ‘sti oggetti qua, magari nell’armadio sur balcone, dove chiacchierano tra de loro delle cose de na vorta, e intanto fuori piove, li si usa una vorta all’anno ma quannno è il loro momento nun te tradiscono mai.

Buon 2021

Mi ha sempre divertito pensare a come deve essere il Capodanno visto dal cosmo; vedere da lassù questo popolo buffo e rumoroso che una volta all’anno, mentre la Terra fluttua nel vuoto, all’improvviso si rallegra di qualcosa e festeggia. Si sta tutti insieme, si beve si brinda e si balla. Poi il silenzio, o quasi, per un intero giro intorno al Sole. L’eternità deve divertirsi molto; le stelle e le galassie che non conoscono fine, o perlomeno hanno vite che a noi sembrano eterne, ci osservano come gli dei, e come gli dei ci invidiano questa nostra fragilità, questa vita che scorre in un soffio, questa capacità di dare valore al niente, di far diventare importante il passaggio da un minuto all’altro.

Negli anni Novanta vivevo vicino allo Stadio Flaminio ed ero affacciato alla finestra quando gli U2 suonarono quel famoso concerto che provocò una breve scossa di terremoto. Non erano gli U2, erano i trentamila che saltavano contemporaneamente a farlo. Ecco, ogni fan contava uno, ma tutti insieme provocarono un terremoto vero.

Tutti insieme.

Se siamo capaci di dare valore al nulla, di rendere prezioso un metallo giallo, di urlare felici che la Terra abbia compiuto un altro giro intorno alla sua stella in questo remoto angolo di via Lattea; se siamo capaci di provocare un terremoto è perché abbiamo il potere di farlo. I nostri sogni come i nostri peggiori incubi possono diventare realtà.

Se stanotte saremo capaci di festeggiare la fine di un anno terribile, mi auguro che saremo anche capaci di sognare un 2021 migliore, e di realizzarlo, perché tutti insieme ne abbiamo il potere, ma lo dimentichiamo troppo spesso.

Tutti insieme.

Gli hater, i polemici, gli analfabeti disfunzionali, i catastrofisti, i negazionisti, i pessimisti, i nichilisti, i “realisti”, gli scettici, i delusi, i disincantati, i cinici, avranno sempre ragione fino a che glielo permetteremo; noi dobbiamo solo ricordargli che anche loro erano al concerto degli U2, e anche loro stasera stapperanno bottiglie per dare valore al nulla di un pianeta danzante nel vuoto cosmico. Noi passeremo sempre per utopisti, per scrittori di favole, per gente col prosciutto sugli occhi, per Peter Pan malcresciuti; pazienza. Se accantoneremo la disperazione potremo ricostruire, e ricostruirci.

Tutti insieme.

Buon 2021 da questo “fool who dreams”.

28 marzo 2020

Tu,

Core mio,

Vent’anni esatti, de te e me

Du’ decenni, quattro lustri

N’infinità de giorni, de ore, de minuti

Ma te lo devo di’, so’ stati n’attimo

 

Se davero ce vojo crede

A tutto ‘sto tempo passato

Lo devo chiede alle cose de fora

Ai miei capelli sale e pepe, ar mal de schiena

a quelle rughette tue che so’ così poche da potelle chiama’ pe’ nome.

 

Lo devo chiede a ‘na memoria imperfetta

Dove li anni se confondeno l’uno sull’artro

Era er dumilasei o er dumiladicianove?

Abbitavamo a Scarpellini o all’Arberone?

Ce stava ancora mi’ padre?

Era l’anno dei mondiali o degli europei?

E chi lo sa

La vita me consuma la memoria, se la magna

I dettagli sfuggono, le date s’entrecciano

Tu le ricordi tutte, mejo che alla maturità

Io inverto i secoli, ricordo bene le cose sceme

 

Ma poi m’hai regalato du’ gioielli

Du’ calendari viventi, du’ macchine der tempo

Se chiameno Jacopo e Sofia

Li vedo cresce, e capisco che er tempo è passato davero

Pe’ vedelli grandi, ce sta’ poco da fa

Devo diventa’ vecchio io

Echissenefrega

So’ stati vent’anni perfetti, pieni de difetti

So’ stato sempre accanto a te, e tu a me

Certe volte ce so’ stato meno che artri

So’ stato assente, distratto, e te chiedo scusa

Ma tu continua a ricordamme le date

Resta come sei, nun cambià gnente

Nun te pettina’, lascia sta’ quelle rughette

Dammi artri venti, e poi ancora vent’anni

Perché accanto a te so’ sembrati venti giorni

Sei tu che la vita mia me la fai sembra’ senza fine

Aspettiamo insieme che quei du’ pischelli dolci e malandrini

Diventino grandi

Così, se poi me scordo tutto

Sto tranquillo che me lo ricordi

Tu.

 

15 marzo 2020

Sono giorni che non leggo, non scrivo. TG, radio e social giocano più a terrorizzare che a informare. Oggi soltanto riesco a trovare lucidità per dire una o due cose.

 

Questo virus ci vuole separati, isolati, lontani. In fila al supermercato stiamo barricati dietro le nostre mascherine ed evitiamo perfino il contatto visivo, come se un sorriso potesse contagiarci. Ma io vorrei essere contagiato da un sorriso!

 

Questo virus ci dice che è peccato stringere la mano a un conoscente, abbracciare la madre, baciare il figlio. Abbiamo il dovere di ricordare al conoscente, alla madre e al figlio che l’amore sa aspettare, che i baci non dati si daranno!

 

Questo virus ci vuole tristi, otturati di notizie fino allo svenimento, inebetiti sui divani in attesa del suono di una nuova ambulanza che passa. Ma io mi affaccio e vedo gente sui terrazzi fare yoga, tai chi, ginnastica, flashmob sgangherati, cantare l’inno di Mameli condominiale!

 

Questo virus vuole distruggere la nostra economia, e sicuramente ci andrà giù duro, ma sento tanti amici e colleghi che continuano a lavorare in smart working, che fanno lezioni su zoom, skype, google meet e non abbandonano i loro studenti!

 

Siamo i figli di quelli che sono usciti dalle macerie del nazifascismo e hanno costruito un boom grandioso, durato decenni, i cui effetti possiamo ancora avvertire. Le nostre madri e i nostri padri hanno ricostruito questo Paese letteralmente con le loro mani, ma chissà perché siamo ancora divisi, in un delirio di benaltrismo preferiamo ricordarne solo i lati bui, la mafia dei partiti, il terrorismo, la corruzione. Non siamo 60 milioni di corrotti, io sono sicuro che la stragrande maggioranza degli italiani è onesta e si è fatta un mazzo così e se lo rifarà anche stavolta.

 

Proviamo a condividere la fiducia anche quando sembra solo una prova di ingenuità; evitiamo il cinismo, perché se gliela diamo vinta, ci siamo arresi; sorridiamo con gli occhi agli occhi che incrociamo; e quando vengono i pensieri neri, come disse il mio psicologo e amico Massimo Rinaldi, facciamo l’unica cosa che abbia senso: diamo qualità ai nostri pensieri anziché evitarli. Preghiamo, in ogni modo conosciuto e sconosciuto. Preghiamo gli dei che non vediamo ma preghiamo sopratutto il dio più bello che c’è, ovvero l’anima che ci portiamo dentro.

 

Basta con lo stillicidio, basta con il vedere sempre e soltanto tutto nero! Siamo gente forte, piena di inventiva. Siamo sotto attacco ma sappiamo reagire e non lo dico per retorica ma perché lo abbiamo già fatto. E non venitemi a dire che adesso è diverso, che prima eravamo migliori, che il piano Marshall eccetera eccetera: è questione di coraggio e volontà, quelli che prego di avere ogni giorno perché il panico e la desolazione sono sempre là in attesa di un cedimento.

 

E se non credete a me, chiedetelo a chi ogni giorno fa in modo da darci una speranza. Chiedetelo ai medici, al personale sanitario, ai volontari in prima linea. Chiedetelo a carabinieri, poliziotti, vigili urbani, vigili del fuoco in giro per le strade e ai posti di blocco. Chiedetelo a quelli che vengono nei palazzi a fare disinfestazione dopo un caso positivo. Chiedetelo ai commessi dei supermercati, delle tabaccherie, dei giornalai e di tutti i negozi ancora aperti. Chiedete loro: “Siamo noi coraggiosi?”

 

Non vi risponderanno perché hanno troppo da fare. Lasciamoli lavorare e facciamo la nostra parte: accogliamoli a casa con un contagioso sorriso.

 

8 marzo 2016

Figlia mia nata ieri
Sei la tesserina mancante
Di quel magnifico puzzle che è la donna.

Sai, per me
La donna è mistero, ma senza ombre

Per noi maschietti
passare da una mamma sacra e asessuata
Alla prima donna che guardi con occhi diversi
È un piccolo meraviglioso shock

Così dopo anni a esplorare l’universo materno
Fatto di sentieri sicuri e protetti
Ti ritrovi solo su una barchetta davanti all’immensità oceanica di ogni ragazza che incontri

Ogni volta ti tuffi in lei
ed è un’esplorazione subacquea che non ha fine

Poi un giorno tua mamma si è fatta vecchina
E pensi di essere finito in un quadro di Klimt
Conoscendo queste tre donne, povero sciocco
Pensi di conoscere le donne

Un giorno è arrivata tua mamma
E poi sei arrivata tu
A ogni cambio di pannolino resto incantato come se
Avessi scoperto l’Himalaya

Sei la quarta donna che non ha niente a che fare con le altre tre
eppure le contiene tutte come una promessa di carne.

Piccola donna nata ieri
Hai molto da insegnare
A questo papà ingenuo

Servimi una tazzina vuota

Cavalcami e portami con te
fammi crescere

In cambio ti svelerò i trucchi
Ti spiegherò che certi mostri hanno la faccia angelica di un fidanzato
Ti mostrerò come va dato un calcio nelle palle
Ti farò piangere raccontandoti che se un uomo ti lascia andare
non lo fa per riprenderti.

Molti uomini dicono
Che le donne sono complicate
Io dico che è vero
Ma penso che sia un problema solo per gli uomini da poco

Quelli terrorizzati dalla differenza
Quelli per cui una donna dovrebbe essere un uomo con le tette.

Spero di insegnarti a sentire di meritare le cose belle
Le vittorie
Gli uomini giusti
La tua pace.

Non cercherò di arginare il caos in te
Ma testimonierò che se ne può uscire
Anche con un sudato equilibrio sbilenco.

Piccola donna nata ieri
Stamattina hai fatto la faccia di tuo nonno
E ho capito
Sì, ho capito
Che vi sareste capiti in un attimo
Vi sareste mandati a quel paese
Poi vi sareste confidati come carbonari
Ti avrebbe incoraggiato a fare la testarda
Facendomi arrabbiare
Cosa darei? tutto quanto
Per cinque minuti di voi insieme.

Piccola donna nata ieri
Buona vita, mangiati il mondo
Spegni le candeline
Metti a nanna Totoro
Stanotte tornerò a spiarti i sogni
Tu dal tuo lettino
Consola i miei
Dimmi che tutto andrà bene
Con quella faccia seria seria ma un po’ paracula
Alla quale resistere è vano.

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